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China Climbing

Words: Luca Schiera

Photos: Achille Mauri 

C’erano un italiano, un francese e un tedesco. Non voglio raccontare una barzelletta, ma un viaggio in Cina alla ricerca di nuove pareti da scalare. Un viaggio, che si è trasformato in qualche altra cosa.

Il francese è Corrado Pesce, per tutti “Korra”, grande alpinista nato a Novara ma stabilitosi da molti anni a Chamonix. Il tedesco è uno dei più completi arrampicatori sportivi europei, Roland “Rolo” Hemetzberger. E poi ci sono io, Luca Schiera, alpinista dei Ragni di Lecco.

L’idea di un viaggio come questo, per noi nuova, è nata da una strana circostanza. Kapriol, storica azienda lecchese con sede a Civate, in occasione del 90° anniversario di fondazione, ha deciso di legare il proprio marchio alla montagna, individuare tre giovani promesse dell’alpinismo con cui dare vita a un proprio team e supportare una spedizione internazionale. La meta? Una zona inesplorata del Balagezong, nella penisola dello Yunnan, al confine con il Tibet. Una montagna in quota, molto tecnica, ci sembrava una possibilità perfetta per una squadra così eterogenea. L’obiettivo era una parete di calcare vista in foto, mai scalata. Avevamo tre settimane abbondanti per salire queste montagne che superano i 5000 m, aprire nuove vie e portare a termine il progetto.

Siamo partiti a settembre, meeting point all’aeroporto di Bangkok, prima del volo verso Kunming. Appena atterrati abbiamo iniziato subito una serie di lunghi spostamenti in tutto il sud del paese. Con un pò di smarrimento iniziale e non poche difficoltà, siamo riusciti a prendere un treno notturno verso ovest, Lijiang. Qui ci siamo fermati un paio di giorni ad arrampicare sulle falesie di Shigu, un’area in forte sviluppo, e forse la più promettente da noi visitata.

Iniziando a salire, con qualche ora di jeep, siamo arrivati a Shangri-La, una zona turistica da cui proseguire verso le montagne. Alcune ore più tardi, a Balagezong, l’accoglienza non è stata delle migliori: pioveva a dirotto e, all’ingresso del parco, riconosciuti subito come scalatori, è iniziata una lunga trattativa con il personale per ottenere i permessi. Trattativa complicata dalla lingua, anche se in realtà, non sembravano capirsi molto bene neanche tra di loro.

“Dopo alcune ore raggiungiamo un accordo: potevamo scalare tutto quello che volevamo, tranne sette pareti. Le pareti in totale erano proprio sette, in pratica ci invitavano ad andarcene”

“Ci hanno cacciati. Non è stato un problema di permessi, eravamo in un parco e senza capire bene il perché ci hanno fatto intendere che lì non potevamo scalare, forse per la vicinanza con il Tibet”

Nessun problema di visto o autorizzazioni mancanti, dal momento che non erano necessarie. Nessuno di noi aveva ben capito il motivo. Forse la vicinanza con il Tibet? O il fatto che queste montagne fossero sacre? Non avevamo modo di raggiungerle, non eravamo ben visti né dai locali né dalle autorità e il monsone non dava tregua. Fatti due calcoli, abbiamo deciso di cambiare destinazione e iniziare il nostro lungo viaggio alla scoperta di altre meraviglie.

Tornati a Shigu abbiamo deciso di dare una svolta a questo viaggio, visitando tutte le principali zone di arrampicata del paese. Per prima cosa siamo partiti verso il grande arco di Getu, un’impressionante formazione di calcare distante qualche migliaio di chilometri. In una decina di giorni abbiamo visitato i vari settori già attrezzati e salito una via surreale sulla volta della grotta naturale alta oltre 50 metri.Qui abbiamo ripetuto alcune vie sportive, fino all’8a, che percorrevano tutto l’arco strapiombante..

Proseguendo il viaggio verso nord siamo arrivati a Zhangjiajie, famoso per i suoi pinnacoli di arenaria, ma lo scenario era simile a quello di Balagezong: pioggia forte e divieti da tutte le parti. Nel frattempo ci aveva raggiunti Achille Mauri per scattare qualche foto. Nonostante un drone in pezzi, avvicinamenti sbagliati, una notte passata sul pavimento della stazione e innumerevoli difficoltà linguistiche, Achille sembrava ancora gradire la nostra compagnia. Infine, dopo un viaggio di circa 2 mila chilometri, ci siamo spostati a Yangshuo, forse la zona più importante di tutta l’Asia, il sito di arrampicata più vasto del paese, caratterizzato da formazioni rocciose coperte di vegetazione che si alzano tra le risaie. Il paesaggio era molto bello, le possibilità per arrampicare infinite e la città molto turistica. Unico lato negativo il caldo e l’umidità insopportabile.

Uscivamo alla mattina presto, arrampicando prevalentemente in falesia e ripetendo qualche via, e rientravamo la sera attraversando le risaie, cercando di non preoccuparci troppo dei serpenti, e di adattarci ad un clima così diverso, per noi abituati alle Alpi. Abbiamo concluso questo viaggio, completamente diverso da ciò che avevamo pensato, con l’ultimo giro in treno verso Kunming. La spedizione non ci ha portato dove ci eravamo prefissati ma, forse, ha avuto uno sviluppo inatteso e tutto sommato piacevole: abbiamo avuto la possibilità di girare, conoscere e rapportarci con le montagne, i siti di arrampicata del paese e la sua gente.

“Era pieno di serpenti, ma ce li aspettavamo. Le montagne completamente ricoperte di vegetazione,  ma sui versanti liberi la roccia era spettacolare”

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