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Tamara Lunger Intervista

Da bambina capisce che da grande sarebbe diventata una sportiva. Ancora non sa di quale disciplina, ma Tamara Lunger si accorge subito di due cose: di essersi innamorata delle montagne e di riuscire a soffrire tanto. A 14 anni compie la prima gita di scialpinismo e per la prima volta pensa di voler salire in vetta a un ottomila: ci riuscirà a 23 anni, dieci anni fa, diventando la più giovane donna della storia in vetta al Lhotse. Vince tanto: nel 2006 è campionessa italiana di scialpinismo, nel 2007 e 2008 vince la Pierra Menta, e sempre nel 2008 il titolo di campionessa del mondo sulla lunga distanza. Nel 2014 raggiunge la vetta del K2, seconda donna italiana nella storia dell’alpinismo.

Hai fatto una scelta di vita radicale… cosa ti ha dato la spinta?

Fare fatica. Ho sempre scelto la via più difficile, anche da bambina. La strada semplice non mi è mai piaciuta. Ho sempre cercato la fatica per dimostrare a me stessa che ero in grado di farcela. È così anche con gli ottomila: per me sono le imprese più difficili in assoluto perché è necessario non solo essere preparati fisicamente, ma anche avere un’ottima squadra e l’equipaggiamento adeguato, un compagno di cordata con il quale vai d’accordo, ed essere fortunati con il meteo. Sono tanti fattori diversi che ti permettono di arrivare in cima. Quando gareggiavo mi sembrava un po’ più facile, non c’erano così tanti elementi determinanti. Inoltre mi accorgevo che mi mancava la montagna: le competizioni erano solo un colpo di pistola, poi dovevi correre più veloce che potevi e raramente avevo tempo per guardarmi in giro. Quando ho fatto la mia prima spedizione ho capito quello che volevo.

Quale è il tuo rapporto con la montagna?

È molto forte. Cerco un’anima in ogni montagna e quando la trovo mi sento subito felice, o impaurita, o con le farfalle nello stomaco. È una cosa molto particolare, funziona come con un uomo. Provo sempre a sentire cosa mi sta comunicando la montagna, se è il momento giusto per salire o se è meglio fermarsi. La montagna è simile a un uomo: a volte è arrabbiato, in altre circostanze è sereno, alcuni momenti ti vuole bene, in altri non ti vuole proprio. La montagna può essere l’emozione più bella di tutte ma anche la più brutta, come l’amore: quando ti ferisce ti fa molto male, quando invece il tempo è bello, e non fa così freddo, ti senti una regina. Alcune giornate c’è la nebbia, è tutto scuro e ti impaurisci. Sono dipendente dalla montagna perché mi offre la possibilità di stare da sola e indagare dentro me stessa. A volte rimango seduta su un sasso e guardo lontano per ore, mi pongo delle domande e mi ascolto. Mi sento privilegiata perché qui, a mille metri, spesso non abbiamo la possibilità di fermarci, se non attraverso la meditazione.

“In alta montagna ogni emozione è più intensa, sia i momenti positivi che quelli negativi. Sai che ogni passo che fai potrebbe essere l’ultimo, quindi cogli l’attimo e ogni istante è straordinario, unico.”

Quale è stato il tuo successo più importante?
Il momento in cui ho deciso di fermarmi a causa dei miei dolori, a luglio dell’anno scorso. Questa decisione ha richiesto più forza di qualsiasi altra avessi mai preso nella mia vita. Ero dentro il tunnel delle spedizioni e non ascoltavo il mio corpo, ero contro di lui, gli dicevo: ‘ti faccio vedere che la mia testa è più forte di te!’. Non ero in armonia con me stessa. Ho iniziato un percorso di fisioterapia e di punture, erano 18 anni che mi facevano male le ginocchia, ogni giorno, e ultimamente anche la schiena. All’inizio è stato difficile, ho dovuto cambiare alimentazione e stile di vita, ma ho trovato il mio allenatore che è davvero super, una persona che cercavo da tanti anni, e insieme abbiamo lavorato anche con alcuni medici. Ho iniziato a riprendere fiducia nel mio corpo: non credevo che sarei riuscita a sedermi sul water normalmente! Non ne ero più capace di farlo da anni, mi lasciavo cadere e poi in qualche modo mi dovevo alzare. Era impossibile inginocchiarsi in chiesa. Mi sentivo messa peggio di un’anziana di 90 anni. Mi chiedevo come riuscissi a scalare le montagne in quelle condizioni. Quando c’era da fare un passo alto, ad esempio, non riuscivo a compierlo e dovevo trovare un’altra soluzione per superare l’ostacolo. È stato un lavoro anche di testa, ma dopo un po’ di tempo ho provato una sensazione di sollievo, di felicità: sapevo che ero sulla strada giusta. Ora sono un’altra persona e andrò diversamente in montagna. Spero con la fine di quest’anno di ricominciare a pieno regime.

La tua sconfitta più significativa?
Il Nanga, ma non la ritengo un’esperienza negativa perché mi ha permesso di comprendere molto su me stessa, su come funziona la mia mente, e credo di avere portato a casa molto di più di una vetta.

Ritenterai il Nanga Parbat?
No, sono in pace con questa montagna. Mi ha già regalato tante emozioni e non la voglio più disturbare.

Cosa rappresenta lo sport per te?
Lo sport ha due facce: una è l’agonismo, del quale io facevo parte, l’altra è costituita dalle avventure che realizziamo con l’anima, spinti da una motivazione profonda. Quando gareggiavo esistevano solo l’orologio e i metri di dislivello. Adesso sono diversa, sono ‘Tamara, la montanara’. Tutti compiamo un percorso, prima vogliamo spaccare il mondo, poi capiamo che possiamo raggiungere i nostri traguardi anche ascoltandoci e rispettando l’ambiente. Grazie all’esperienza viviamo più in equilibrio e con meno pressione.

Ci sono differenze di genere in montagna?
Sì. Le donne vivono di più il ‘qui e ora’, hanno la capacità di godersi ogni passo verso la cima. L’uomo si concentra molto sull’obbiettivo, senza usare del tutto i cinque sensi. Inoltre noi dobbiamo soffrire più degli uomini: quando abbiamo il ciclo, e quando dobbiamo andare in bagno, la procedura è più complicata.

Per molte donne e atlete sei un riferimento… come vivi questa responsabilità?
Dico alle donne che non dobbiamo sentirci inferiori agli uomini, possiamo fare le stesse cose. In molti sport siamo già quasi allo stesso livello, ad esempio nell’arrampicata sportiva. Il limite è solo nella nostra mente perché la donna è stata il genere inferiore per molti anni, in tante culture. Forse siamo meno forti ma abbiamo altre qualità e se crediamo in noi stesse possiamo spaccare il mondo, siamo in grado di soffrire più degli uomini, e in certi momenti possiamo essere più dure di loro. La passione è fondamentale, il resto viene di conseguenza.

Perché ci sono ancora poche donne alpiniste?
Forse pensano che sia infattibile per loro. Ma se una donna vuole veramente raggiungere un obbiettivo, ci riuscirà.

Sul Pik Pobeda ti sei presa una bella soddisfazione….
Sì, è stata una bellissima avventura! Ho scoperto un mondo che non conoscevo, è stato molto interessante vedere come vivevano le persone. Gli abitanti di quelle terre si danno molto da fare: vanno a caccia, a prendere l’acqua al fiume, tagliano la legna: il sistema si basa sulla sopravvivenza e la natura. È un po’ triste rendersi conto che nella nostra cultura sia ormai tutto semplice, accessibile, non dobbiamo più fare fatica quasi per nulla, abbiamo tutto a portata, da prendere subito e facilmente. Il Pik Pobeda è stata una soddisfazione personale perché era dal 2014 che non arrivavo sopra una vetta. Volevo talmente tanto raggiungere la cima che ho dovuto fare molta meditazione per tranquillizzarmi.

Ci sono stati uno o più maestri dai quali hai imparato? Cosa ti hanno insegnato?
Il mio idolo era Gerlinde Kaltenbrunner: prima donna al mondo ad avere scalato tutti i 14 ottomila senza l’uso di ossigeno. Ha scalato il suo primo ottomila a 23 anni, quindi anche io volevo fare il mio primo ottomila alla stessa età, e ci sono riuscita. Ovviamente ho imparato tantissimo anche da Simone, che è stato un mio grande maestro, dal quale ho appreso tutto quello che era necessario sapere per organizzare una spedizione e poterle poi fare per conto mio. Durante il mio percorso però ho capito che non bisogna avere un modello di riferimento, ogni persona è unica, ha le sue qualità e il suo modo di fare. Ognuno dovrebbe rispettarsi per la persona che è, senza imitare nessuno. 

Quali sono le peculiarità della cultura alpinistica italiana?
Al campo base abbiamo sempre qualche leccornia da mangiare e non ci manca mai l’appetito! Poi abbiamo sempre con noi la moka.

Si possono conciliare l’alpinismo e la vita privata?
Sì, certo. Ma si deve trovare una persona che capisca la nostra passione e la rispetti. Non so che tipo di uomo dovrebbe essere, se un montanaro o qualcuno che ti porti in un altro mondo: parlare sempre solo di alpinismo è noioso!

C’è un aneddoto in montagna che ci vuoi raccontare?
Sul Nanga, al campo tre, eravamo su un fungo grandissimo, piatto, era come una terrazza altissima dalla quale si vedevano tutte le montagne intorno, fantastico. Il tempo era perfetto e la luna piena, gigante, illuminava tutta la montagna, che era completamente ghiacciata. Ammiravo dalla tenda questo spettacolo della natura, ancora più incredibile perché sei consapevole di essere da sola, e che nessuno interromperà l’energia che si è creata. In quel momento ho pensato: ‘ora posso anche morire perché non riuscirò mai a essere più felice di così’.

Prossime sfide?
Adesso sono concentrata sulla guarigione e nel riuscire a fare attività senza sentire dolore. Ho pianificato un viaggio in Mongolia, a settembre, 20 giorni, solo con lo zaino, per capire se il mio corpo è forte abbastanza per fare una spedizione in inverno. Se tutto va bene, sono pronta a ripartire.

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