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Intervista con Dani Arnold: “L’impossibile è sopravvalutato”

By Marta Manzoni

Photo Thomas Monsorno

“Scalare in free solo è un modo onesto per fare alpinismo: tutto dipende solo dalle proprie capacità.”

C’è chi lo chiama alieno, chi supereroe.  Ha superato limiti ritenuti impossibili prima di lui con estreme scalate in free solo, alzando ogni volta il livello e ridefinendo l’immaginabile. Dotato di un talento poliedrico e straordinario, brucia record su record, polverizzando ogni volta sé stesso. Personalità magnetica, Dani Arnold ha sempre vissuto sulla cresta dell’onda, alla costante ricerca di nuove sfide, sulle Alpi così come in giro per il mondo. Impossibile dimenticare il record velocità sulla Nord dell’Eiger del 2011, quando lo svizzero ha salito la via Heckmair in sole 2 ore e 28 minuti. Memorabili le performance del 2015 sul Cervino, in vetta in 1 ora e 46 minuti, e lo speed record in free solo sulla Torre Trieste e sul Pizzo Badile del 2016. Nel 2018 la guida alpina di Bürglen è di nuovo recordman di velocità sullo Sperone Walker, in vetta in 2 ore e 4 minuti, un’incredibile ascesa realizzata senza usare neanche un centimetro di corda lungo i 1.200 metri della via Cassin. L’eccezionale tempo sulle Grandes Jorasses, per Dani Arnold chiude il cerchio, dopo il Cervino e l’Eiger, della collezione di speed record su tutte e tre le grandi pareti Nord della Alpi. Dani Arnold però non è solo speed recod di free solo: meravigliose le sue spedizioni a fil di cielo in Patagonia, Alaska, alle cascate canadesi di Helmcken, Anubi in Scozia, il Broad Peak, le nuove vie di ghiaccio aperte in Giappone e di misto nella gola Schöllenen, in Svizzera, solo per citarne alcune. Fino allo speed record in free solo sulla Cima Grande di Lavaredo del 2019, salita in 46 minuti e 30 secondi (di solito gli alpinisti ci mettono tra le sei e le sette ore) e l’ultimo straordinario progetto nell’estrema e incontaminata Siberia, sul lago Baikal, il più profondo della Terra. 

Dani, come hai mosso i tuoi primi passi? 

Tutto è iniziato da piccolo: con escursioni e i primi tentativi di arrampicarmi sul torrente ghiacciato vicino a casa dei miei genitori con due piccozze. Le montagne mi hanno affascinato da subito, sono cresciuto in Svizzera, nel Canton Uri, nella valle alpina Schächental, a 1.720 metri sul livello del mare. Per andare a scuola, io e i miei fratelli dovevamo prendere ogni giorno la funivia fino a valle e poi al ritorno da scuola. Presto abbiamo iniziato a fare le prime gite alpine con nostro padre, poi semplici arrampicate. Già allora volevo spingermi oltre, progredire rapidamente per vivere avventure più impegnative. 

 

Il lago Baikal è il più profondo della terra. Com’è nata l’idea della spedizione che hai compiuto a febbraio in pieno inverno siberiano?

Mi piace l’avventura, credo che sia più importante della velocità e della difficoltà tecnica. Amo esplorare nuovi luoghi, come il Giappone, l’Alaska, la Patagonia e la Siberia. Non sono progetti pericolosi come scalare in free solo, ma la sfida si è rivelata dura sin dai primi giorni della spedizione: le temperature rigide, la zona dove dovevamo arrampicare scarsamente documentata e la difficoltà data dalla lingua sconosciuta hanno reso tutto molto impegnativo, richiedendo tante energie al team, sia mentali che fisiche. Potevamo muoverci sul lago ghiacciato solo su un hovercraft, quindi la ricerca stessa si è rivelata un’esperienza unica, con guasti tecnici al calar della notte, esaurimento del carburante e del riscaldamento. I primi passi sul lago sono stati impressionanti: vedere nitidamente attraverso lo spesso ghiaccio è stata un’emozione straordinaria e assolutamente indimenticabile. Piano piano ci siamo abituati ai continui crepacci e la ricerca dei punti più adatti per arrampicare è migliorata. 

Le temperature erano estreme, fino a -35 gradi: il freddo è stata la sfida più impegnativa?

L’idea era proprio quella di sperimentare di nuovo l’inverno. Qui in Europa ormai fa sempre più caldo, inoltre in montagna abbiamo abbigliamento sempre più tecnico quindi nessuno sente più davvero freddo. Volevo provare di nuovo le sensazioni di questa stagione. Per le dita delle mani è stato impegnativo arrampicare in queste condizioni, con guanti molto spessi, dovevi roteare spesso le braccia. Per fortuna per fare ice climbing usi le piccozze e quindi anche se non hai un buon grip con le mani non importa. Dopo un po’ ti abitui al contesto, anche alle forti raffiche di vento, posso dire però che anche sul Broad Peak (uno dei 14 ottomila della Terra), ho sentito meno freddo che in Siberia. Le fotografie che ha realizzato Thomas Monsorno sono davvero uniche e meravigliose: ritraggono un quadro completamente bianco, incantato, che trovi solo laggiù. Di certo è un modo diverso di esprimermi come atleta, senza essere sempre alla ricerca di velocità, record, e altitudine, un’ottima opportunità per mostrare alle persone quanto stupendo può essere il nostro Pianeta. 

 

Non sono mancati gli imprevisti.

È vero! Un giorno abbiamo dovuto attraversare il lago per un lungo tratto, il ghiaccio non era molto spesso, anzi. C’era un po’ di tensione: avevamo sentito diverse storie di automobili finite dentro il lago e sapevamo che in quel caso le possibilità di sopravvivenza sono davvero poche. Ma non avevamo molte scelte, potevamo solo fidarci del nostro local driver e sperare bene. Ad un certo punto ha fermato l’auto all’improvviso e con un coltello enorme ha fatto un buco nel ghiaccio per verificare quanto fosse profondo. In quel momento non ci siamo sentiti proprio a nostro agio: abbiamo pensato ‘allora forse non è così sicuro di quello che fa’! Poi però per fortuna è andato tutto liscio.

Alla fine la spedizione, che prevedeva l’apertura di dieci nuove vie di arrampicata, ha avuto successo. 

Sì, su una delle circa 50 isole del Lago Baikal, l’isola di Olkohn, abbiamo raggiunto il nostro obbiettivo. Ogni giorno le nuove vie diventavano sempre più lunghe e difficili. La sfida più tosta però rimaneva sempre affrontare e resistere al freddo. A temperature così basse, ogni movimento per scalare richiede molto più tempo del solito. Considerando le circostanze proibitive dell’ambiente, l’aspetto tecnico legato all’arrampicata non ha presentato grandi problemi, mentre avvitare le viti in quel ghiaccio così duro è stato davvero impegnativo. 

 

Quali sono le caratteristiche della cultura locale?

Non ero mai stato in Russia ed è stato incredibile. Contrariamente agli altri viaggi, durante i quali ci siamo sempre organizzati in autonomia, questa volta avevamo una guida, indispensabile come interprete, visto che poche persone conoscevano l’inglese, e per muoverci sulla superficie ghiacciata, piena di crepacci. È stato molto interessante averlo con noi: ci ha aiutato a comprendere la cultura locale, la storia, le caratteristiche del luogo e a entrare in contatto con gli abitanti, persone stupende, molto amichevoli. Abbiamo visitato anche alcune tende della parte della popolazione ancora nomade e ho potuto vedere come vivono. 

“La sfida più tosta però rimaneva sempre affrontare e resistere al freddo. A temperature così basse, ogni movimento per scalare richiede molto più tempo del solito. Considerando le circostanze proibitive dell’ambiente, l’aspetto tecnico legato all’arrampicata non ha presentato grandi problemi, mentre avvitare le viti in quel ghiaccio così duro è stato davvero impegnativo.”

Con te c’era anche un super team.

È stato probabilmente l’aspetto più bello, che ha reso indimenticabile questa avventura e il motivo del suo successo. Con me c’erano Martin Echser (Alpinista, CH), Fredy Arnold (Padre di Dani Arnold, CH), Thomas Monsorno (Fotografo, IT), Lukas Kusstatscher (Regista, IT). È stata una spedizione davvero condivisa, dove ognuno ha contribuito facendo la sua parte. C’era una palpabile emozione data dalla consapevolezza di essere i primi al mondo a scalare in quella zona. Per mio padre poi è stato fantastico: lui è un ranger ambientale quindi era super affascinato dalla natura incontaminata e dagli spazi infiniti dei paesaggi che abbiamo visto, così diversi da quelli svizzeri, più limitati e antropizzati.  È stato fantastico far parte di questa squadra, ci siamo trovati davvero bene.

 

Free solo. Sei un pazzo che rischia deliberatamente la propria vita o un eroe?

Direi nessuna delle due! So solamente molto bene dove sono i miei limiti: ho bisogno di andarci vicino per realizzare fin dove posso spingermi per poi poter tornare a casa con una nuova consapevolezza. Quando faccio free solo cerco di preparare tutto nei mini dettagli: amo la mia vita! Scalare velocemente a volte può voler dire essere meno precisi, mentre nel free solo, anche sui tiri più semplici, devo stare molto attento a dove metto i piedi. Questa precisione, che nel free solo è cruciale, nell’alpinismo è meno determinante.

Quante volte scali una via prima di provarla in free solo? 

La Comici l’ho salita solo tre volte prima dell’ascesa in free solo. Sono abbastanza bravo nel ricordarmi i dettagli delle vie, e questo mi aiuta: dopo due scalate mi ricordo quasi tutti i particolari, e li ripasso con la mente ovunque, anche a casa. Ho salito solo tre volte anche le Grandes Jorasses prima della mia solitaria.

 

Ti è mai capitato di avere paura mentre facevi free solo?

No mai, se dovesse capitarmi mi fermerei immediatamente. 

 

Per un po’ di tempo non potremo viaggiare. Credi che l’avventura si possa trovare anche dietro la porta di casa?

Sì certo, ne sono convinto. Ci sono persone certe che l’avventura si raggiunga solo con grandi performance. Io penso a quanto c’è ancora da fare, a quante vie ci sono da aprire, per esempio sulle Alpi, basta essere creativi! Ora non possiamo andare lontano ma siamo comunque molto fortunati: abbiamo l’opportunità di stare all’aria aperta, viviamo in Paesi tra i più ricchi del mondo, non ci manca nulla. 

 

Se non fosse un climber chi sarebbe Dani Arnold? 

Non saprei… Al momento ho trovato la mia passione. Penso che bisogna fare del proprio meglio nella vita, abbiamo tutto quello che ci serve nelle nostre mani: se non sei felice basta cambiare qualcosa. Non è così difficile. Circondarsi di belle persone e di un’atmosfera positiva, come è capitato durante la spedizione in Siberia, è una parte importante per essere felici, tutto il resto cambia troppo velocemente. Non ho nessun piano, cerco di guardare cosa succede ogni giorno e stare tranquillo. È importante avere un obbiettivo nella vita, per te stesso, poi però bisogna essere flessibili e vedere cosa accade. 

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