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Intervista con Matteo Pavana: il silenzio fa rumore, note di spedizione con Simone Moro e Tamara Lunger

By Luca Albrisi

Photo Matteo Pavana

Chi mastica un po’ di montagna, fotografia e segue The Pill sicuramente si sarà già imbattuto nel nome di Matteo Pavana, fotografo conosciuto soprattutto per i suoi lavori dedicati al mondo dell’arrampicata sportiva che da molto tempo collabora con la nostra testata. Ma Matte ama uscire dai propri schemi e, soprattutto, ama l’avventura nelle sue più diverse forme. Per questo quando ha avuto l’occasione di prendere parte all’ultima spedizione invernale di Simone Moro e Tamara Lunger ha subito colto l’occasione per vivere e raccontare un’avventura che non solo lo ha portato a confrontarsi con ambienti straordinari ma anche a mettersi di fronte a se stesso.

Ciao Matte, come prima cosa mi piacerebbe ci raccontassi un po’ come è nata l’opportunità di questa avventura e che ci spiegassi nel dettaglio quale era l’obiettivo della spedizione.

Le opportunità dicono che nascono nei momenti di difficoltà e per me è stato lo stesso. Se è comune dire “voltare pagina”, io ho voluto cambiare direttamente il titolo del libro. Ho sognato di prendere parte a una spedizione da quando ho iniziato a fotografare in montagna, ma non ci sono mai riuscito per vari motivi. Alle fine dell’anno scorso possibilità e disponibilità si sono allineate. Mesi prima della partenza conoscevo la destinazione e l’intento alpinistico: la salita invernale al Gasherbrum I e l’eventuale concatenamento al Gasherbrum II in Karakorum, Pakistan. Fino al giorno prima del volo, invece, non sapevo l’orario e l’aeroporto da cui saremmo partiti. Figo, no?! 

 

Quando ti è stato chiesto di partecipare quali sono state le prime sensazioni che sono scaturite in te? 

Ero esaltato. 

Ho iniziato subito a informarmi sulle montagne che avrei visto durante il trekking di avvicinamento, ma soprattutto sull’attrezzatura fotografica e alpinistica che avrei dovuto portare con me. Piano piano però le sensazioni sono cambiate e l’eccitazione iniziale ha lasciato spazio all’ansia da prestazione. La mia aspettativa, e quella che pensavo potessero avere Simone e Tamara nei miei confronti, mi ha destabilizzato parecchio. Non mi vergogno ad ammettere che i giorni prima della partenza ero terrorizzato di non essere all’altezza, ma soprattutto, ero terrorizzato dell’ignoto. Ormai non sapevo più distinguere tra quello che si era creato nella mia testa e quello che realmente mi avrebbe atteso per i seguenti 45 giorni. La sensazione è cambiata nuovamente non appena Tamara è passata a prendermi a Trento: non esiste sensazione migliore di quando la paura si scioglie in viva esperienza. Nel momento in cui ho realizzato che il viaggio stava iniziando mi sono sentito al posto giusto e al momento giusto.

Cosa si prova a pensare di essere uno dei pochi uomini a prendere parte a un’avventura del genere?

Forse ti confondi con i cosmonauti dell’Apollo 13, hahaha… Scherzi a parte, poter documentare direttamente un ambizioso progetto alpinistico per me è stata la realizzazione di un sogno che inseguivo da tempo. La nostra non era certo l’unica spedizione invernale e di fatto c’è stato un numero considerevole di spedizioni sulle grandi montagne del pianeta nei mesi scorsi. Quello che posso dire però in tutta onestà è che vivere in un ambiente così vasto e selvaggio nella sua stagione meno affollata è stata una bellissima sfida personale e un grandissimo privilegio. Inoltre il progetto di Simone e Tamara era davvero ambizioso. Non solo la salita al GI sarebbe stata la prima salita nell’inverno meteorologico – quello che per capirci Urubko identifica come il “vero inverno himalayano” (con inizio l’1 dicembre e fine il 28 febbraio) – ma l’eventuale concatenamento al GII sarebbe stato il primo concatenamento invernale di due Ottomila. 

 

Quale è stato nel dettaglio il tuo ruolo? E come ti sei inserito nelle dinamiche di gruppo con gli altri membri della spedizione?

A documentare la spedizione eravamo Matteo Zanga ed io. Lui si occupava della parte video mentre io di quella fotografica (ovviamente nessuno vietava all’altro di filmare o viceversa). Con Matteo ho lavorato molto bene e lo scambio professionale in tal senso a me ha aiutato molto. Nei confronti di Simone e Tamara invece si sono instaurate delle dinamiche differenti. Se con Tamara ho avuto fin da subito un buon feeling, nei confronti di Simone nutrivo invece una forte suggestione. Ero intimorito dalla sua fama. Ho piacevolmente scoperto una persona preparata, sempre disposta a sacrificarsi per primo e, cosa non da tutti, a insegnare. 

Simone , Tamara e Matteo erano un team già rodato, mentre io ero l’outsider del gruppo (a me piaceva considerarmi il bocia anche se, come dici tu, non sono più proprio uno sbarbatello). Ho cercato di avere un ruolo attivo e propositivo, insomma ho cercato di inserirmi come avrei fatto in qualsiasi altro gruppo. Avevo nella testa il messaggio che Simone mi aveva mandato prima di partire “in spedizione non esistono diritti ma solo doveri; i diritti arrivano in automatico una volta che vengono svolti i doveri.” Quindi, detto in poche parole, ho cercato di adempiere ai miei doveri al meglio delle mie possibilità. È facile immaginare come, soprattutto in quelle condizioni, l’armonia del gruppo sia appesa a un filo e scandita da delicati meccanismi che, se si inceppano, sfociano in conflitti che possono trasformare l’intera esperienza in un inferno. Ma così non è stato, a conferma di una spedizione che ha lavorato bene dall’inizio alla fine.

Come spesso succede con questo genere di spedizioni gli intoppi” sono all’ordine del giorno e abbiamo visto che anche la prima parte del vostro viaggio ne è stato caratterizzato. In che modo?

Il Pakistan ha tutti i difetti di un paese in via di sviluppo. Dal punto di vista dei trasporti non siamo stati proprio fortunati: il volo che da Islamabad ci avrebbe portati a Skardu è stato cancellato due o tre volte consecutive. Stufi della perdita inutile di tempo, siamo saliti a bordo di un pulmino e in due giorni abbiamo percorso la Karakorum Highway fino a Skardu. Un viaggio di quasi 700 km su strada perlopiù sterrata. Ricordo malvolentieri il mal di schiena e i crampi alle gambe che non sono mai riuscito a distendere. La scomodità del viaggio però è stata direttamente proporzionale alla bellezza selvaggia dell’ambiente in cui eravamo ospiti, in questo caso uno dei pregi di un paese in via di sviluppo. Ricordo in particolare il massiccio del Nanga Parbat, di cui in lontananza riuscivamo a vedere, senza percepirli, gli oltre 6000m di dislivello.

 

Chiunque si interessi, almeno in parte, di tematiche Himalayane e soprattutto di spedizioni invernali sa che l’attesa e la permanenza in isolamento” al campo base è probabilmente uno degli aspetti che maggiormente caratterizza questo genere di imprese. Tu come lo hai vissuto?

L’isolamento e la pazienza sono stati i principali motivi per cui ho sempre voluto andare in spedizione. Non sono mai stato un ragazzo paziente e volevo “redimermi”, anche se temporaneamente, dal mio stile di vita occidentale. Volevo imparare qualcosa di nuovo su me stesso, qualcosa che non sapevo fare o che non conoscevo. Prima della partenza pensavo che avrei trascorso tutte le notti a piangere in tenda per il freddo. È successo che piangessi, ma per la felicità di vivere quell’esperienza in quel luogo. Lo ripeto: mi sentivo al posto giusto al momento giusto, mi sentivo me stesso. La verità è che la vera problematica in questo tipo di spedizioni è il freddo costante, notte o giorno che sia. La domanda che mi hanno fatto in tanti amici e conoscenti una volta tornato è stato: “Ma quanto era freddo?”. Ci sono state due o tre notti in particolare in cui non ho chiuso occhio per un secondo al Campo Base. Erano quelle giornate di cielo terso che portavano la temperatura tra i -30°C e il -40°C (questo a 5000m di altitudine). Nelle giornate invece di cielo coperto la temperatura poteva oscillare tra i -10°C e i -20°C e a quelle temperature dormivo come un pupo. È incredibile come il corpo si abitui all’altitudine, ma trovo ancora più straordinario come contemporaneamente si abitui a certe temperature. Il freddo era e rimane la componente più cruda dell’intera spedizione, un ricordo indelebile.

“La verità è che la vera problematica in questo tipo di spedizioni è il freddo costante, notte o giorno che sia. La domanda che mi hanno fatto in tanti amici e conoscenti una volta tornato è stato: “Ma quanto era freddo?”. Ci sono state due o tre notti in particolare in cui non ho chiuso occhio per un secondo al Campo Base. Erano quelle giornate di cielo terso che portavano la temperatura tra i -30°C e il -40°C (questo a 5000m di altitudine).”

Raccontaci la tua routine” tipo giornaliera.

Siamo giunti al campo base dopo 8 giorni e 120 km di campo mobile che ogni sera allestivamo e che smontavamo il giorno successivo. Al campo base non era il sole a svegliarmi, ma il freddo. Il sacco a pelo era sempre coperto di brina e capitava mi alzassi senza sentire la punta delle dita dei piedi. Potevo indossare anche due paia di calzini e le scarpette degli scarponi e comunque il freddo mi mordeva i piedi ogni mattina. Uscivo dalla tenda e mi rifugiavo nella saletta della colazione, mi scaldavo subito con l’heater a gas e bevevo qualcosa di caldo. Va precisato che inizialmente Matteo ed io speravamo di arrivare almeno al Campo I per documentare la salita, ma nel momento in cui abbiamo visto l’icefall che separava il Campo Base dal Campo I, ci sono venuti dei seri dubbi a riguardo: un labirinto di crepacci coperti e seracchi pericolanti. (foto) 

Un giorno sono andato con Simone e Tamara per tracciare e fare fotografie, ma non mi sentivo per niente a mio agio. La presenza della natura era talmente forte e potente che ho capito subito che lì ci si lasciava le penne sul serio. Dopo quel giorno ho deciso che io, al Campo I, non ci sarei mai andato. Un ambiente troppo imprevedibile e pericoloso a cui non riuscivo a dare una misura. Per questo motivo i giorni seguenti Matteo ed io documentavamo a distanza, io con il teleobiettivo e Matteo con il drone. Sono stati giorni in cui stavamo appostati anche quattro o cinque ore su una collina all’entrata dell’icefall (foto) mentre Simone e Tamara cercavano il percorso più sicuro per arrivare al Campo I. In sette o otto ore di lavoro Simone e Tamara salivano solamente poche centinaia di metri lineari.

Quando il freddo diventava insopportabile Matteo ed io tornavamo in tenda a ricaricare le batterie per il giorno dopo e a visionare il materiale della giornata per gli aggiornamenti in tempo reale. Nel frattempo Simone e Tamara tornavano e cenavamo tutti insieme. Giusto il tempo di fare una partita a carte e bere un sorso di genepì ed era già ora di andare a dormire. Sintetizzata in questo modo la giornata poteva sembrare una gran rottura di coglioni, ma in realtà ci siamo divertiti durante tutta la spedizione.

 

Ti va di descriverci il giorno dell’incidente e il modo in cui ha rotto” gli schemi che caratterizzavano la vostra vita da quel momento in avanti?

Mi ricordo che era una bellissima giornata di alta pressione. Saranno stati -25gradi a mezzogiorno, un freddo che difficilmente dimentichi. 

Ero appena rientrato con Matteo al campo base. Cercavamo di recuperare la sensibilità ai piedi persa nelle ore di appostamento per le riprese e le fotografie a distanza. La finestra di bel tempo poteva permettere a Simone e Tamara di allestire Campo I il giorno stesso e forse addirittura arrivare a Campo II in quelli successivi. Eravamo d’accordo con loro che ci saremmo sentiti via radio la mattina seguente. L’incidente è stato questione di un attimo. Simone ci ha chiamato spaventato per dirci che era caduto in un crepaccio. 

Insieme a Matteo, il cuoco, l’aiuto cuoco, l’ufficiale di collegamento e il responsabile dell’agenzia abbiamo aspettato Simone e Tamara all’entrata dell’icefall fino a sera inoltrata, al buio, durante una leggera nevicata. Neanche il tempo di rendermene conto e il giorno dopo ci stavano estraendo in elicottero a Skardu: fine della spedizione. 

È stato il momento più strano di tutto il viaggio, davvero surreale. Lo stacco netto che sancisce il passaggio dallo svolgimento alla fine della spedizione è stato un aspetto che non mi ero mai figurato nella mia testa. Mi è dispiaciuto che il sogno di questa esperienza si sia interrotto improvvisamente ma, devo ammettere, che la doccia calda che ne è seguita è stato un sogno d’intensità quasi pari alla spedizione stessa. D’altronde, cosa vuoi che ti dica, il freddo al campo base si faceva sentire per davvero.

Ti va di descriverci il giorno dell’incidente e il modo in cui ha rotto” gli schemi che caratterizzavano la vostra vita da quel momento in avanti?

Mi ricordo che era una bellissima giornata di alta pressione. Saranno stati -25gradi a mezzogiorno, un freddo che difficilmente dimentichi. 

Ero appena rientrato con Matteo al campo base. Cercavamo di recuperare la sensibilità ai piedi persa nelle ore di appostamento per le riprese e le fotografie a distanza. La finestra di bel tempo poteva permettere a Simone e Tamara di allestire Campo I il giorno stesso e forse addirittura arrivare a Campo II in quelli successivi. Eravamo d’accordo con loro che ci saremmo sentiti via radio la mattina seguente. L’incidente è stato questione di un attimo. Simone ci ha chiamato spaventato per dirci che era caduto in un crepaccio. 

Insieme a Matteo, il cuoco, l’aiuto cuoco, l’ufficiale di collegamento e il responsabile dell’agenzia abbiamo aspettato Simone e Tamara all’entrata dell’icefall fino a sera inoltrata, al buio, durante una leggera nevicata. Neanche il tempo di rendermene conto e il giorno dopo ci stavano estraendo in elicottero a Skardu: fine della spedizione. 

È stato il momento più strano di tutto il viaggio, davvero surreale. Lo stacco netto che sancisce il passaggio dallo svolgimento alla fine della spedizione è stato un aspetto che non mi ero mai figurato nella mia testa. Mi è dispiaciuto che il sogno di questa esperienza si sia interrotto improvvisamente ma, devo ammettere, che la doccia calda che ne è seguita è stato un sogno d’intensità quasi pari alla spedizione stessa. D’altronde, cosa vuoi che ti dica, il freddo al campo base si faceva sentire per davvero.

Dopo un mese e mezzo di spedizione sei rientrato a casa ma, poco dopo il tuo rientro, ti sei ritrovato – come tutti noi – in una nuova situazione di isolamento. Quali sono secondo te le differenze tra le due tipologie di solitudine che hai vissuto e stai vivendo?

L’isolamento in Pakistan era voluto ed era in una delle catene montuose più belle del pianeta, mentre l’isolamento che sto vivendo ora mentre rispondo a queste domande non è voluto direttamente da me e, soprattutto, è circoscritto tra le mura del mio piccolo appartamento. In Pakistan eravamo isolati, ma non mi sono mai sentito solo. Tra queste quattro mura mi sono sentito molto più solo che in una tenda di notte a -35°C in Karakorum. Sto vivendo questa nuova esperienza come se fosse una vera e propria spedizione, un processo di ricerca interiore anziché sulla cima delle montagne.

 

Complessivamente cosa ti sei portato a casa da questa esperienza per il tuo futuro umano e professionale?

Se mi chiedessero: “rifaresti un’esperienza simile?”, la mia risposta sarebbe “dipende”. Sarei disposto nuovamente a seguire una spedizione in un luogo remoto nella sua stagione più fredda, ma non sono sicuro che l’alpinismo himalayano sugli Ottomila rifletta pienamente la mia ricerca di avventura. So di essere un alpinista ma non un himalayista. La componente di rischio che ho percepito nel corso di questa esperienza era troppo alta per me. Però posso dire che nel trekking di avvicinamento ho potuto ammirare una distesa di cime inviolate in cui, a mio modesto parere, il mix tra la componente oggettiva di rischio e la mia capacità soggettiva di percepirlo, era accettabile. Posso dire quindi che in futuro cercherò di partecipare ad altre spedizioni internazionali, ma non so se saranno spedizioni simili a questa appena conclusa.

La spedizione si è rivelata utile perché ho avuto anche il tempo di pensare a quello che vorrei fare in futuro: intraprendere un cambio di rotta su alcuni aspetti della mia vita professionale e personale. 

Per quanto riguarda la mia professione vorrei concentrarmi su progetti più a lungo termine che mi permettano di vivere un’esperienza piena e non il solito “mordi e fuggi” che sono solito vivere tra un progetto e l’altro. Desidero migliorare il mio stile di fotografia, regia e scrittura e indirizzarli verso progetti documentaristici. Vorrei allargare i miei orizzonti e dare al mio lavoro un valore ancora maggiore, ancora più umano.

 

Matteo Pavana ringrazia La Sportiva – Patagonia Europe – Mammut Italia – F-stop Gear.

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