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Lungo il canalone del Lhotse con Hilaree Nelson e Jim Morrison

By Gian Luca Gasca

Photo Nick Kalisz

Se dovessimo trovargli un’etichetta, il 2018 potrebbe essere ricordato come l’anno dello sci in altissima quota grazie a due imprese uniche nel loro genere. 

Il 22 luglio la prima discesa del K2 a opera del polacco Andrzej Bargiel, una sfida ritenuta quasi impossibile. Il 30 settembre, poi, la prima discesa integrale del Lhotse (8516m, Himalaya), la quarta montagna della terra, da parte degli americani Hilaree Nelson e Jim Morrison. 

Sono scesi dalla cima seguendo il Lhotse Couloir (lungo circa 800 metri), che divide perfettamente la parete in due, per poi proseguire lungo la montagna fino a raggiungere il campo base. Diversi sciatori estremi hanno tentato il Couloir nel corso degli anni, tra cui anche la stessa Nelson nel 2012, ma nessuno prima era mai riuscito nell’impresa.  

Hilaree Nelson e Jim Morrison. Due forti e determinati alpinisti compagni non solo dove l’aria si fa rarefatta ma anche nella vita. Alle spalle hanno la salita di diversi Ottomila e linee estreme, anche in altissima quota. Scelgono di partire in settembre, subito dopo la fine del monsone, per godere dell’ottimo innevamento prima che i freddi venti dell’inverno spazzino via tutta la neve dalla montagna. Una decisione presa con criterio, ma complessa. 

In autunno infatti sono poche le spedizioni che si muovo su Lhotse e sul vicino Everest, con cui la montagna condivide il campo base e una parte della via di salita. C’è quindi una maggiore tranquillità e libertà di movimento, ma questo significa anche dover lavorare maggiormente per preparare la via di salita. Non ci sono infatti gli icefall doctors ad attrezzare con scalette e corde la difficile seraccata che separa il campo base dal primo campo. 

Dalla loro parte hanno però un’eccezionale squadra di sherpa che li supporta e li aiuta nella preparazione della salita: ragazzi che possono vantare diverse vette di ottomila metri nel loro curriculum. Tra questi spicca Tashi Sherpa che, per ben 9 volte, ha raggiunto gli 8848 metri dell’Everest.

La prima parte della spedizione passa quindi veloce tra preparazione della montagna e rotazioni di acclimatazione in quota. Dopo circa un mese è finalmente tempo di tentare la salita. 

“È una montagna di cui ho letto fin da piccolo e che ho sognato per anni” commenta Morrison ricordando quei momenti. 

Il giorno di vetta il cielo è sereno e il vento praticamente nullo. Salgono tranquilli fino a circa 8300 metri dove scelgono di indossare le maschere e utilizzare le bombole d’ossigeno. Mancano ancora circa duecento metri alla cima, che raggiungono in pieno giorno. Ma non è finita, anzi: è appena iniziata. 

Dopo le congratulazioni e un breve riposo è tempo di calzare gli sci e iniziare la discesa, la parte più delicata di tutta la spedizione. I due partono, iniziano a tracciare le prime curve saltando tra crosta e neve inconsistente, sono esausti. L’alta quota ti consuma energie e lucidità, ma sanno che non possono perdere il controllo. Continuano a scendere lungo il Couloir, sempre più stretto e pendente, l’emozione è tanta: sono nel posto giusto al momento giusto. 

“Non avrò mai più un’opportunità simile e voglio godermi il momento” pensa Morrison, una curva dopo l’altra su quella neve così perfetta come raramente la si incontra in Himalaya. La discesa impegna i due per 17 ore dalla vetta fino al campo 2 (6400 m). “Cosa abbiamo fatto?” Chiede Hilaree. “Abbiamo sciato il Couloir e la parete del Lhotse” risponde Jim. “Un sogno a cui ho lavorato tutta la vita”. “Il momento migliore della mia carriera sci alpinistica” per Hilaree. 

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