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Non c’è davvero nessun pianeta B: riflessioni sull’equilibrio di un ecosistema

By Filippo Tommasini

Sono poche le persone che non si emozionano in mezzo alla natura, sono tante quelle che si scandalizzano quando vedono la natura morire e purtroppo sono ancora poche quelle che decidono di fare qualcosa di concreto per aiutare l’ambiente.

L’inquinamento è un problema che deve essere affrontato a livello globale, e sono i governi di tutti gli stati che in primis devono intervenire per poter cambiare questa situazione. 

Penso, tuttavia, che ognuno di noi possa comunque dare il proprio contributo al pianeta. 

Penso a semplici riflessioni che ognuno di noi dovrebbe fare di fronte alla distruzione della natura da parte di noi stessi umani. Bisogna “convertire” chi non si è ancora reso conto del problema, bisogna sensibilizzare, bisogna informare e divulgare il problema nel modo migliore. 

Io, personalmente, oltre ad avere un approccio green alla vita, cercando di portare rispetto verso la natura anche nei piccoli gesti quotidiani, pratico una di quelle che ho definito “azioni fisiche”, ovvero mi ritrovo spesso con gli amici per raccogliere i rifiuti gettati nei boschi dei nostri Appennini. 

Ho un legame profondo con la natura, fin da bambino trovo in essa qualcosa di magico, qualcosa che mi coinvolge e che mi provoca sensazioni, emozioni positive, è un qualcosa che mi purifica e che per un attimo mi fa calare in un’altra dimensione e che mi consente di lasciare fuori tutte le tensioni ed i problemi della vita.  

Quando si parla di danni dell’uomo all’ambiente “banalmente” si pensa all’isola di plastica in mezzo all’oceano, alle discariche a cielo aperto, agli incendi dolosi. 

Ci sono anche danni spesso più profondi, legati a cose meno eclatanti, quasi invisibili, che però causano la rottura dell’equilibrio dell’ecosistema e che a loro volta innescano effetti dannosi e irreversibili. 

Recentemente ho deciso di scavare più in profondità sulle varie questioni legate alla sostenibilità ambientale, all’inquinamento e al surriscaldamento globale. Mi sono così soffermato sul rapporto tra l’uomo e la natura, quindi sulle conseguenze dei danni causati dall’uomo ad essa.

Ero alla ricerca di un caso da raccontare che potesse far capire qual è la forza di Madre Natura: tanto bella, tanto forte e tanto in grado di ribellarsi se non viene rispettata.

Volevo trovare un esempio di “dimensione Uomo/Natura”, un qualcosa che potesse dimostrare quanto in realtà appariamo piccoli e impotenti di fronte alla forza della natura.

Le epidemie di abeti in diverse parti d’Europa, soprattutto in Italia, hanno catturato la mia attenzione. Ho indagato sulla morte di questi alberi ed ho scoperto un ennesimo danno causato alla natura, indirettamente, da noi umani. 

Quello che ho scoperto è che a causa del mutamento dell’ecosistema dovuto al surriscaldamento globale, un piccolo insetto è diventato in grado di distruggere un’intera foresta. 

L’aumento dell’inquinamento, il conseguente surriscaldamento globale e la maggior frequenza di cambiamenti climatici hanno provocato importanti danni all’ecosistema. 

Uno di questi è appunto la riproduzione spropositata dell’insetto chiamato bostrico tipografo o bostrico dell’abete rosso, in grado di attaccare l’abete rosso indebolito dai frequenti cambiamenti climatici.

Il piccolo insetto in realtà non è il diretto colpevole del fenomeno, è la conseguenza di danni causati da attività umane.

Quelle macchie grigie nei boschi di abete rosso si possono vedere anche da lontano.

Sono formate da centinaia di abeti rossi morti, drammaticamente visibili tra gli altri alberi, ancora verdi e in salute, che rivestono i pendii di Appennini e Alpi.

Molti degli escursionisti che passano da queste parti credono che il danno sia causato da un incendio, ma in realtà quegli abeti scheletrici sono vittima di un piccolo insetto poco visibile.

In un ecosistema naturale, caratterizzato da una certa complessità strutturale e fisiologica, la presenza di quest’insetto può considerarsi un fattore di equilibrio e biodiversità. Questo insetto dell’ordine dei coleotteri non si è mai allontanato dai boschi e delle foreste di abete, essendo un ospite stanziale da diversi millenni, e la sua presenza è permanente e tale sarà anche in futuro fintanto che l’abete rosso farà parte sia dei nostri boschi montani che quelli dell’Europa settentrionale.

Al momento della colonizzazione degli alberi, i maschi penetrano nella corteccia scavando delle gallerie che impediscono alla linfa di salire verso i rami della pianta, causandone così la morte. L’andamento di queste gallerie può seguire disegni molto elaborati, che vengono messi alla luce quando la corteccia disseccata si stacca dal tronco: da ciò deriva il nome insetto tipografo.

Il maschio del bostrico accoglie le femmine all’interno di una piccola cavità scavata nel tronco dell’abete dopo averle richiamate con un particolare feromone (l’odore riproduttivo dell’animale). Le caratteristiche delle gallerie sono due o tre ramificazioni principali secondo il numero di femmine inserite nella camera nuziale del maschio.

Giornali, siti, interviste: tutto oggi parla di ambiente e di ecosostenibilità. 

Ci stiamo dimenticando di noi stessi e di ciò che ci circonda, trascurando anche le più piccole attenzioni nei confronti della natura.

Amo la natura in tutte le sue forme, in particolar modo la montagna e il modo in cui mi fa sentire. La natura in montagna ti tira per la manica, ti chiede di guardarla, di studiarla, di essere presente.

E noi dobbiamo essere presenti, perché non c’è davvero nessun pianeta B.

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