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The Running Pastor: pastore di una comunità religiosa e runner

By Sara Canali

 

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Pastore di una comunità religiosa e runner appassionato. Non si tratta di due persone distinte e agli antipodi, ma di due aspetti che convivono nello stesso corpo. The Running Pastor ci racconta la corsa in modo insolito, uno strumento per dirimere i propri conflitti personali, ma anche per alleggerirsi di quelli degli altri.

Essere pastore nelle isole delle pecore sembra quasi un destino già scritto. Eppure, esistono diversi tipi di guide che dedicano la loro vita a cercare la direzione per condurre al meglio il proprio gregge e, in questo percorso, trovano anche loro stessi, insieme alla propria forza. 

Il protagonista di The Running Pastor, uno dei dieci nuovi film presentati dal Banff Centre Mountain Film Festival World Tour, è Sverri Steinholm, pastore luterano di una piccola comunità situata nelle remote isole Faroe. Fær in lingua norrena significa “pecore”, mentre Øer sarebbe una forma plurale di ø, “isola” e lui è la guida spirituale di coloro che vivono nel villaggio di una delle diciotto isole che formano l’arcipelago situato in un tratto di oceano compreso tra l’Islanda e la Norvegia. Luoghi selvaggi, aspri e bellissimi, dove il numero degli ovini supera quello degli abitanti e dove la natura entra da protagonista nella vite semplici, scandendole. 

Sverri ricorda la sua infanzia da figlio di pecoraio, quando si trovava a correre sui declivi per riprendere gli agnelli appena nati e ricostituire il branco. Deve essere nata lì la sua vocazione, anzi le sue vocazioni. Perché questo pastore evangelico è anche un runner appassionato che non può fare a meno della corsa, essa rappresenta per lui l’insieme di quei momenti che si ritaglia per potersi alleggerire dei problemi degli altri, di cui spesso si fa carico e riguardo ai quali è costretto a mantenere il segreto. 

Perché “la gente ha bisogno di parlare con qualcuno che sappia tacere”, dice nel film. E allora lui prende le sue scarpe da running e comincia a correre, meglio se quel giorno il clima è un po’ avverso, meglio se le condizioni sono rigide, perché è in quei momenti che sente la forza stagliarsi addosso e riesce meglio a focalizzarsi su quello che in fondo ha sempre saputo. 

“Siamo piccoli esseri che si muovono su una terra che può fare di noi quello che vuole” e le immagini che si alternano dell’isola vogliono proprio ricordarci questo, portandoci su e giù per le aspre pendici esposte delle Isole Faroe. Correndo Sverri Steinholm trova conforto e rifugio spirituale dai conflitti personali e dagli oneri del sacerdozio, ma trova al contempo la pace che solo la natura riesce a trasmettere. 

E allora corre e affronta salite; la sua corsa è compulsiva, non riesce a farne a meno, come un nutrimento per corpo, anima e mente, dice. Diventa una sorta di gara e ogni volta che lo fa è assalito dai dubbi: “Perché sono così stupido da fare questo?”. E come tutti i runner si ripete: “Non lo farò mai più”. Poi ovviamente questa cosa non succede: si allaccia nuovamente le scarpe e lo fa ancora. E ancora. Un bisogno, un nutrimento per corpo e anima, un desiderio prepotente che torna a bussare ogni volta che la testa si mette in mezzo, come istinto ad andare verso l’alto. Quando guarda a questo bisogno con razionalità, chiama la corsa “hobby”, divertimento e, ancora, un modo per restare in forma, ma sa bene che non è solo quello. Allo stesso modo in cui Sverri Steinholm non è solo sé stesso, non è solo un uomo, ma diventa guida, pastore, punto di riferimento in ospedale, in prigione, diventa il confessore, colui a cui si affidano i segreti, le sofferenze, i pensieri più reconditi. Un duo indissolubile che lui porta addosso esattamente come veste gli abiti da funzione e le sue Merrell da corsa, le due vesti di una medesima persona. La stessa che ascolta e immagazzina quando è di fronte alla sua gente, lascia andare in sfogo, risa, pianto quando è di fronte alla natura. Quaranta chilometri andata e ritorno, in un isola nel mezzo del profondo nord.

Avere tutto pur non avendo molto, in una vita semplice dove il ritmo è scandito da dai passi che si alternano a ogni uscita e dove la felicità non costa cara, è a portata di tutti se ci si sa accontentare. E allora, come ogni felicità richiede, anche Sverri canta mentre corre. Cosa? Salmi. “Ora li fanno anche in versione Black Metal”, dice. E intona una canzone dei Hamferð, “Harra Guð, títt dýra navn og æra”, che in inglese si traduce in “God the Lord, Your Precious Name and Honour”, la stessa che ha nei pensieri mentre percorre le creste di quell’altopiano che è ciò che resta dell’erosione di tempesta e mare. Dove il vento batte forte e la nebbia è la compagna costante di ogni giornata. Dove il cielo è quasi sempre coperto e il sole è un lusso di poche ore all’anno. Dove si sente la forza della natura che può prenderti da un momento all’altro e dove si deve accettare di fare parte di questo gioco per capire realmente chi si è.

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