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Una storia di trail running: “Don’t ask for security, ask for adventure”

By Patrick De Lorenzi

Il cuore che accelera, il suono dei piedi che toccano il pavimento, il respiro si fa più profondo e la mente gradualmente abbandona ogni pensiero e si focalizza solo ed esclusivamente sul presente. Degli attimi di pura essenza, di connessione totale fra la nostra mente e il corpo, questo è il dono che ci offre il running nelle nostre vite stracolme di pensieri, obblighi, lavori, aspettative, stress. Da qualche anno a questa parte, la mia ambizione è stata quella di semplificare la mia vita, avvicinandola alle emozioni che provo mentre corro.

Avevo una vita molto fortunata, piena, ricca di divertimenti, lavori, faccende da sbrigare, conversazioni, cene. Ogni giorno mi svegliavo e mi confrontavo con un sacco di scelte: che scarpe mettere, dove andare a pranzo, che strada fare in bici, lavoro lavoro lavoro, decidere che cover per il cellulare comprare su amazon, ancora lavoro, spesso fino a tardi. Sempre in compagnia, ero il “gasato”, quello che diceva sempre sì e in ogni situazione trovava soluzioni per divertire tutti e compiacere. E non mi arrendevo mai. Ogni occasione di lavoro la prendevo, mai dire di no; gli orari diventano sempre più lunghi, dovevo fatturare, fare di più, chi si ferma è perduto! Correvo per sfogare lo stress, infilando le corse in minuti contati fra un pranzo e altro lavoro. 

La mia fidanzata ha iniziato a dirmi di lavorare di meno, stavo spesso in ufficio più di 12 ore, e io cosa ho fatto? Ho comprato un portatile per poter lavorare da casa!

Ogni giorno un’avventura, sempre diversa, high stress, high risk, sempre di più, più cose, più eventi, più conversazioni. Ho passato anni così.

“In every crisis lies a breakthrough”

Poi tutto è cambiato. Da un giorno all’altro mi sono ritrovato in preda a dolori pazzeschi in tutto il corpo, non riuscivo neppure più a camminare né a lavorare, figuriamoci andare in bici o correre! 12 mesi sdraiato, in solitaria, confinato in casa, mi è stata diagnosticata una sindrome neurologica chiamata fibromialgia. E la cura? Qua viene il bello: non ci sono cure, solo palliativi. Tutto ciò che avevo costruito in 28 anni andava rivisto e modificato.

In questo momento di profonda crisi “immotivata”, dove tutto mi era “stato tolto”, ho iniziato a questionare tutte le scelte che avessi mai fatto. Ma ancora di più delle scelte, mi chiedevo il perché di tantissime cose e fondamentalmente se tutto ciò che noi prendiamo per buono, che pensiamo ci arricchisca e migliori la vita fosse vero nel mio caso. Se tutto quello che pensavo essere un valore aggiunto non stesse in realtà togliendo valore dall’essenza della mia vita.

“Breakthrough – Time to take action”

Ho cambiato radicalmente la mia dieta, rimuovendo tutto ciò che fosse processato o di origine

animale e ho iniziato ad avere miglioramenti incredibili, che sulla carta per i dottori non potevano esistere. Avevo bisogno di qualche forma di movimento, i dolori erano ancora troppi per correre e per andare in bici. Ho imparato a nuotare. Uno sport che odiavo, da sempre per me noioso e faticoso ma in un mese è diventato il mio miglior alleato ed ho iniziato ad amarlo e non poterne più fare a meno. Passavano le settimane, e piano piano ho ripreso a spostarmi in città in bici. E ancora mi ricordo, dopo qualche settimana, il momento in cui ho provato a correre il primo chilometro: un’emozione incredibile. Ho provato una profondissima gratitudine per quel chilometro, per come mi ha fatto sentire e per gli effetti che ha avuto sulla mia vita. La speranza era tornata.

Sono riuscito a sconfiggere e mettere in remissione questa sindrome interamente con le mie forze, cambiando alimentazione, muovendomi tutti i giorni ed eliminando totalmente gli stress esterni che agivano sulla mia vita. Fare queste cose semplici, con costanza, ha risolto una sindrome che secondo la comunità medica non ha nessuna cura. Nella crisi mi ero guardato negli occhi e mi ero confrontato esattamente con il me della mia vita precedente. Avevo avuto un attimo di respiro dalla frenesia, e avevo assaporato una vita senza stress esterni.

Nella fase di guarigione, continuavo a ripetermi che non volevo tornare alla mia vita precedente.  Se avessi potuto progettare la mia vita, fino all’ultimo dettaglio, come sarebbe stata? Quali sono i miei sogni? Nel mio mondo ideale, come sarebbe il mio risveglio la mattina? Con chi interagirei durante il giorno? Quali sarebbero i miei obiettivi?

La risposta per me, dopo questa crisi, era chiara: salute, libertà e autenticità.

La salute è balzata subito al primo posto in assoluto. Senza la nostra salute non abbiamo nulla. Ho iniziato a vivere in funzione di questo, mettendo sempre al primo posto i cibi che sceglievo di mangiare, mantenendo attivo e vitale il corpo con sport e allenamento. La salute non si può comprare. E ci rendiamo conto di quanto sia importante, solo quando non ce l’abbiamo più.

Libertà perché quando siamo liberi, possiamo focalizzarci davvero su ciò che ci fa stare bene, senza scendere a compromessi.

Autenticità perché è qua che si cela ciò che è più prezioso per la nostra vita, per il nostro miglioramento personale. Se noi siamo autentici, possiamo dare inizio a una vita autentica. Molto spesso ciò che ci accade nella vita non ci appartiene per davvero, è frutto di una concatenazione di cause che non dipendono al 100% da noi.

Ho iniziato a provare un profondo senso di gratitudine verso le persone che mi erano state vicine durante questa crisi. La mia fidanzata, che ogni giorno mi vedeva in preda a dolori indescrivibili e ingestibili, ma che non si è mai arresa. Ho reso la mia priorità trascorrere molto più tempo con lei. Attraversare questa cosa insieme ci ha reso incredibilmente più forti e intimi.

Corsa dopo corsa, una cosa mi appariva sempre più chiara: lei è la donna della mia vita, dovevo chiederle di sposarmi. Ma prima di chiederglielo, volevo darle un segnale chiaro che non saremmo mai tornati al punto di partenza, che il passato cupo era definitivamente sparito. 

Per questo motivo, senza dirle niente, mi sono iscritto ad un Ironman 70.3, con l’idea di chiederle la mano al traguardo. Un segnale chiaro che non solo ero guarito, ma ero diventato molto più di quanto lei avessi mai potuto immaginare.

Provavo lo stesso senso di gratitudine verso cose incredibilmente semplici che prima passavano inosservate, sepolte dalla frenesia della vita. I raggi caldi del sole, il silenzio che possiedono le strade presto la mattina. Solo il fatto di poter camminare senza dolori per me era sufficiente a provocarmi una gratitudine che non avevo mai provato prima. Ho dato priorità ai gesti di self love che mi apportavano beneficio. Ho iniziato a praticare con costanza gli allenamenti, a dedicare tempo a me stesso, in particolare alla corsa visto il nuovo obiettivo in vista. Ho deciso di dedicare sempre più tempo ed energie nel coltivare questa connessione fra mente, corpo e intenzioni che trovavo nella corsa.

“Libertà perché quando siamo liberi, possiamo focalizzarci davvero su ciò che ci fa stare bene, senza scendere a compromessi.”

Nel running mi liberavo ad ogni falcata, con ogni battito accelerato del cuore, di un passato che non mi apparteneva più. Con ogni chilometro lasciavo indietro ciò che non era essenziale per il futuro, rivelando nuovi lati e particolarità della mia persona, spesso che non avevo mai conosciuto in 28 anni. Con ogni passo scoprivo nuovo potenziale, sepolto negli anni nel conformismo e nelle

narrative sociali. Nuove ambizioni, nuove risposte. E in mezzo a tutto ciò, si faceva sempre più forte una voce dentro di me che mi continuava a ripetere: “se lo vuoi davvero, puoi fare quello che vuoi”.

“The more things you own, the more they own you”

Semplice, non processato, autentico. Come il cibo, lo stile di vita. E tutte le sue componenti.

Ho iniziato a viaggiare solo con uno zaino, con dentro tutti gli essenziali e niente di più. Ogni viaggio riducevo il suo contenuto, fino a rendermi conto che anche a casa vivevo utilizzando le stesse 5/10 cose. Non avevo bisogno di nulla di più di quanto fosse contenuto in quello zaino.

Ho iniziato a ragionare in termini di ore lavorative: non applicavo più un prezzo alle cose da comprare, bensì un costo in ore di vita: “quanto devo lavorare per permettermi questo? Ne vale la pena? È essenziale per la mia vita?” Non esistevano più mezze misure: la risposta era semplicemente o sì o no. Ho fatto una lista con le cose cardinali che mi servivano in varie aree della mia vita e ho realizzato una cosa. Mi serviva più tempo, non soldi.

Ho venduto il 90% di ciò che possedevo, sono passato da avere più di 30 paia di scarpe ad averne 3, e idem per tutto il resto. Dedicavo il tempo necessario al lavoro, cercando di scegliere progetti interessanti e motivanti, ma non lasciavo che il lavoro prendesse il sopravvento. Ero spinto da un desiderio di autonomia.

Queste foto sono importanti perché rappresentano gli allenamenti fatti fino a 30 giorni prima del debutto Ironman. Ho condiviso la preparazione intensa con la mia fidanzata, esplorando insieme Bali e Lombok, dedicandomi a questo enorme obiettivo in segreto, senza che lei lo sapesse. Ci siamo persi nelle risaie, abbiamo condiviso momenti in posti incredibili. Volevo renderla partecipe di questo enorme cambiamento, di cosa la corsa e l’esplorazione possano creare, e nel contempo ringraziarla per tutto ciò che aveva fatto per me nel momento in cui avevo più bisogno. Posso felicemente dire che ora è mia moglie.

Più si diventa grandi, più sono le responsabilità, ma perché? In tutto questo percorso, mi sono chiesto davvero cosa mi servisse per rendere ricca la mia vita.

La mia risposta è stata che l’unica cosa che serve davvero è mantenere il benessere fisico e mentale come lifestyle quotidiano. Il nostro corpo e la nostra mente formano insieme una macchina formidabile, da riconoscere e non dare per scontato neanche per un secondo. Questo è un dono che ci viene dato, per cui provo una incredibile gratitudine. È nostro dovere onorarla e mantenerla, permettendole di raggiungere il suo massimo potenziale possibile.

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