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Your path is to nowhere: sensibilizzazione ambientale e sci alpinismo

By Luca Fontana

Il cambiamento climatico è una realtà causata dall’attività umana. La mia vita è stata stravolta da questa verità. Il mio essere fotografo ed esploratore è cambiato: da traveller mi sono radicato sul territorio, ma è un’inezia paragonata agli interessi mossi dall’economia e dalla politica.

Giovanni Montagnani, amico di infanzia con cui condivido interessi ed ideali, durante un’uscita mi dice: “Lucone, dobbiamo fare la differenza. Sappiamo andare in montagna, facciamolo al meglio.”

Apprendiamo del World Economic Forum, in cui ogni anno i potenti si trovano a Davos, in Svizzera, a decidere i nostri destini. Gio esplode: “Parleranno di sostenibilità ma venendo a Davos in jet privato. È una presa per i fondelli, facciamo qualcosa, andiamo a Davos ma con gli sci!”.

Partenza da Chiesa di Val Malenco passando per l’Engadina e la Valle di Preda. 100km e 6000m di dislivello positivo da percorrere in 3 giorni.

Rispettiamo la nostra filosofia: arriveremo a Chiesa coi mezzi pubblici, ci portiamo il nostro cibo, dormiremo nei bivacchi. 

Alla Stazione Centrale di Milano siamo ovviamente gli unici con sci alla mano, destinazione Sondrio. A Chiesa incontriamo Don Roberto, che ci mette a disposizione la casa del signore di Chiareggio.

Sveglia alle 6, ci aspettano 40km con 10kg di zaino. La neve è ghiacciata. Star dietro agli altri è difficile. Devo fare foto e video. Scendiamo in Engadina, i miei compagni attraverso i laghi, io mi affido al trasporto pubblico, mi ricongiungo con loro a Silvaplana.

Ore 16. Mancano ancora 1500m di dislivello e fa un discreto freddo. Gio ci contagia col suo ottimismo, abbiamo le frontali, ripartiamo.

Le successive 8 ore sono durissime: la Forcla Suvretta non arriva mai. Poi una discesa al buio su terreno ignoto. Un’ultima salita ed eccoci alla Capanna Jenash dove accendiamo la stufa del locale invernale.

Niente colazione: vogliamo raggiungere Davos entro serata. Saliamo verso il Piz Laviner. A 3100m il vento ha spazzato la poca neve caduta. Fa caldo, sicuramente sopra lo 0. Scendiamo per valli spettacolari fatte di rocce ancora chiare. A Bergund ci ritroviamo a risalire un pendio a sud senza neve. In cima, al tramonto, il panorama è bellissimo.

Giovanni si butta in un bosco, scovando l’unica linea di discesa possibile. 

Il sole cala definitivamente. Il papà di Gio ci aspetta a Davos con la pastasciutta. Avanti! Risaliamo una valle nettuniana fino al Colle Duncan. Da qui è discesa.

È un momento magico. Esausti, felici, siamo in una piccola frazione poco sopra Davos. 

Un local, infastidito dal nostro vociare alle 10 di sera, ci grida “State zitti, stupidi!”. Non proprio il benvenuto che ci aspettavamo. Proviamo a dormire qualche ora e al mattino mi infilo in un alimentari a mangiare pane e formaggio.

È stata un’esperienza totalizzante, resa ancora più interessante dai limiti che ci siamo imposti, dall’autosufficienza, dall’aver vissuto completamente la montagna.

Una domanda emerge dentro di noi: per raggiungere Davos, abbiamo fatto al meglio ciò che sappiamo fare meglio, muoverci in montagna. Ma le persone che di mestiere amministrano i nostri destini, stanno agendo al meglio per il futuro dell’umanità?

“È un momento magico. Esausti, felici, siamo in una piccola frazione poco sopra Davos. Un local, infastidito dal nostro vociare alle 10 di sera, ci grida “State zitti, stupidi!”. Non proprio il benvenuto che ci aspettavamo.”

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